Il DDL 2692 ritirato dal calendario dei lavori parlamentari, avrebbe puntato a trasformare l’amministratore in una figura professionale “certificata”, innalzando requisiti di accesso e rendendo la professione più tracciabile.
Il contesto normativo della riforma
La figura dell’amministratore di condominio sarebbe stata da tempo al centro di un’evoluzione silenziosa, ma profonda. Alla crescente complessità della gestione – tra contabilità, fiscalità, sicurezza, appalti e contenzioso – non avrebbe però fatto seguito un sistema altrettanto robusto di accesso e controllo della professione. L’attuale impianto dell’art. 71-bis disp. att. c.c., introdotto nel 2012, si sarebbe limitato a requisiti minimi di onorabilità e a obblighi formativi periodici, senza imporre un titolo universitario né un albo pubblico.
In questo scenario si sarebbe inserito il Disegno di legge n. 2692, depositato l’11 novembre 2025 presso la Camera dei Deputati, con l’obiettivo dichiarato di innalzare il livello di professionalità degli amministratori e ridurre l’elevato contenzioso condominiale che, secondo la relazione illustrativa, avrebbe rappresentato una quota rilevante delle controversie civili.
Laurea obbligatoria e albo pubblico: i nuovi requisiti previsti
Il cuore della proposta sarebbe stato l’introduzione della laurea come requisito di accesso alla professione. Il DDL avrebbe previsto titoli universitari in ambito giuridico, economico o tecnico (triennali o magistrali), ritenuti coerenti con le competenze richieste all’amministratore moderno. Non si sarebbe trattato di un mero requisito formale: l’obiettivo sarebbe stato garantire una base culturale strutturata, idonea a ridurre errori gestionali, impugnazioni di bilanci e criticità nella riscossione delle spese.
Accanto al titolo di studio, il disegno di legge avrebbe istituito un albo nazionale pubblico degli amministratori di condominio e dei revisori condominiali, con gestione affidata al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. L’iscrizione avrebbe consentito ai condomìni di verificare requisiti, formazione e posizione professionale dell’amministratore, introducendo un meccanismo di trasparenza e potenziale controllo oggi assente. Sul piano operativo, ciò avrebbe comportato per i professionisti nuovi adempimenti (iscrizione, aggiornamento, contributi), ma anche una maggiore riconoscibilità del ruolo.
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Effetti pratici e criticità della laurea obbligatoria
Se approvata, la riforma avrebbe segnato una selezione significativa dell’accesso alla professione, favorendo profili più strutturati e multidisciplinari. I benefici attesi sarebbero stati evidenti: maggiore qualità delle prestazioni, riduzione del contenzioso, gestione più consapevole dei bilanci e dei rapporti con fornitori e appaltatori.
In questa prospettiva, l’amministratore avrebbe teso a configurarsi come un vero gestore di patrimoni collettivi, più vicino a una professione regolamentata che a un’attività liberalizzata. Non sarebbero mancate, tuttavia, le criticità: l’obbligo di laurea e l’albo pubblico avrebbero potuto determinare un aumento dei costi di gestione, legato a compensi più elevati, oneri formativi e assicurativi, con impatti diversi a seconda delle dimensioni del condominio. Il dibattito parlamentare, dunque, avrebbe dovuto misurarsi con un equilibrio delicato: innalzare tutela e professionalità senza rendere la gestione condominiale economicamente meno accessibile. La vera sfida della riforma sarebbe stata tutta qui.





